sabato 4 aprile 2009
La politica è una scimmia sospesa fra "Torna a casa Lessie" e "Piove governo ladro"
Insomma Ria è un po' come Lessie che alle fine della puntata torna sempre a casa.
Qualcuno obietterà che in quella DC c'era anche Moro e Dossetti, ma il primo è stato ucciso il secondo è quasi santo.
La destrutturazione del sistema elettorale proporzionale, e non tangentopoli, insieme ai partiti ha distrutto anche la politica. Così dal 1994 ad oggi solo apparentemente vi è stata alternanza, in realtà i vasi fra i due schieramenti sono diventati sempre più comunicanti e le chance di stare sempre dalla parte della "ragione" sono raddoppiate: basta un "oplà" e la cosa è fatta.
Socialisti a parte, è vero che molti comunisti sono passati alla corte di Berlusconi, anche se si trattava di mezze calzette del PCI, e sin qui si potrebbe gridare al tradimento, ma in fin dei conti bisogna ammettere che nei due partiti maggiori c’è una zona grigia, incolore, una sorta di cerchio degli ignavi stile inferno dantesco, che non ha bisogno di fare grandi salti.
Come per i frontalieri c'è una linea immaginaria, chiamata confine, che separa il luogo nel quale dormono da quello in cui lavorano, così anche decenza e indecenza sono separate solo da una linea immaginaria fatta soprattutto dall'educazione che uno ha ricevuto, dal clima che ha respirato nella famiglia in cui è nato, dalle amicizie che ha frequentato, dalle scuole in cui ha studiato e, soprattutto, da quello che ha capito quando ha studiato.
La vulgata vorrebbe che in politica tutto è consentito, ma questo è vero solo quando il popolo lo consente,appunto.
Andate a chiederlo agli americani se è così? Si fa presto a dire primarie! Non si è mai visto in quel paese che uno che perda le primarie per il partito democratico si vada poi a candidare per il partito repubblicano. Mai!
Si fa presto a dire America! Ted Kennedy ha visto sfumare la sua sicura elezione a presidente degli USA per la storia dell'incidente di auto in cui gli fu contestato il reato di omissione di soccorso che gli valse due mesi di carcere: lui era il fratello di due eroi morti ammazzati.
Per quel che riguarda noi, la nostra "ingenuità" politica, la nostra educazione fatta di valori, anche se la domenica e le altre feste comandate non frequentiamo con assiduità i riti religiosi, come fanno "quelli della zona grigia”, ci porta a fare un passo indietro quando il nostro partito ci delude e non a passare dall'altra parte: ma noi rappresentiamo quella schiera di politici che difficilmente il popolo chiamerà a governare, perché al popolo piace dire "Piove, governo ladro"!
da http://www.sinistrademocratica-alliste.it
martedì 24 febbraio 2009
C’erano una volta le primarie… quando queste convengono
Non il bene della collettività, ma una scelta politica di pochi.
Non l’idea che la politica è al servizio del cittadino, ma l’idea che il cittadino è suddito della politica e delle sue decisioni.
Intorno ad un tavolo che affida alla sintesi (quale?) delle diverse anime la scelta del candidato presidente, uno come me che proviene dalla piazza, dalla strada, dal rapporto quotidiano con la gente, si sente a disagio.
Non mi assumo la responsabilità politica di fare proposte di nomi.
Dovranno essere i cittadini a scegliere chi gradiscono, dovranno essere le primarie a scegliere il candidato.
Non che io sia un sostenitore delle primarie….non ero e non sono affezionato a questo strumento ma credo che in questa fase occorra restituire la politica agli elettori.
Vogliamo essere lo strumento attraverso cui gli elettori possano esprimere la loro scelta…allora si farò la mia proposta, e sarà quella certificata dalla gente.
In questi giorni stiamo avvertendo che il popolo si sveglia, e l’esempio lo sono le centinaia di mail che ogni giorno riempiono le nostre caselle di posta.
Tutti per le primarie.
E allora perché non cedere quella presunta sovranità nella scelta ai nostri elettori, che meglio saprebbero interpretare le reali esigenze di un ente che per tempo abbiamo governato e governato bene.
Abbiamo dimostrato, in questi anni, di avere amministratori e dirigenti di qualità, questo si. Ma ora non basta, o meglio non basta più; a questa qualità occorre ora verificare la quantità. E la quantità la si ottiene con la partecipazione, con la capacità che dovremmo avere di coinvolgere quanti all’interno dei nostri partiti non trovano più rappresentanza, di uomini e di idee.
Sinistra Democratica si fa promotrice di questa istanza che nasce dall’idea che la democrazia si compie dal basso, con la partecipazione, con la militanza, con l’impegno di quanti credono di poter e di dover dare un contributo in termini di crescita al loro territorio.
Una sintesi di esigenze che porterà l’intero Centrosinistra salentino a chiudere prima di tutto su un programma condiviso e su punti qualificanti, e poi sui nomi.
Abbiamo già ribadito alla coalizione quali sono per noi le premesse innegoziabili; riteniamo che la scelta dei candidati dovrà avvenire tenendo conto delle loro attitudini ad essere rappresentativi sul territorio ed essere persone rispettabili dal punto di vista etico e morale.
Intendiamo ridurre al minimo previsto dalla legislazione vigente le indennità di trattamento economico per gli amministratori, ridurre al minimo il numero dei componenti l’esecutivo e intendiamo rideterminare le modalità di selezione del sottogoverno ( società partecipate e quant’altro).
Vogliamo proporre un nuovo modo di intendere la politica, proponendo un modello che rinnovi ed effettui un logico e necessario ricambio generazionale, basato sul rispetto del limite di due mandati consecutivi anche per i componenti il consiglio e l’esecutivo. Questo per restituire anche dignità alla politica e riappropriarsi della fiducia della gente e dei nostri elettori.
Sinistra Democratica è pronta ad un percorso insieme a quanti credono che è più importante stare tra la gente che invece rinchiudersi nei palazzi della politica la quale ha dimostrato, sopratutto ultimamente, come è facile adagiarsi e poi difficilmente rialzarsi.
Mimmo Saponaro
Coordinatore provinciale Sinistra Democratica
Calcio e finti sentimenti religiosi come strumenti di persuasione di massa.
Il presidente del consiglio italiano, forte del suo potere e grazie ad uno codazzo di sguatteri, non esita ad abusare di qualsiasi evento per dare randellate alle regole minime di civiltà. Non gli è bastato di aver fermato il corso della giustizia su un processo già iniziato e quasi in dirittura d'arrivo, come quello in cui era coimputato insieme a Mills. Questo individuo ha fiutato l'affare anche sul caso Englaro quale banco di prova di un salto di qualità nello stravolgimento delle regole processuali: inficiare una sentenza che, passata attraverso tutti i casi di giudizio, è diventata una sentenza definitiva e. In nessuno degli stati democratici si rimette in discussione una sentenza passata in giudicato.
È un personaggio totalmente ignorante delle questioni storiche, politiche, di diritto e quant'altro abbia a che vedere con lo stato, ma in aggiunta non ha il minimo senso del pudore.
Il cantante di Apicella ha usato del caso Englaro come strumento per rivoltare la costituzione. Difronte al diniego preannunciato dalla presidenza della repubblica di asservirsi ad un decreto legge
che doveva fare da apripista affinché i suoi diktat prevalsero sempre e comunque, ha intimato ai suoi servi sciocchi che siedono nei due rami del parlamento di approvare, in fretta e furia, una legge che tratta una delle questioni più spinose che toccava gli ambiti più delicati sulla natura dello stato. Nemmeno la DC infarcita di chierici bigotti, di profondi credenti (Moro), se non addirittura di santi (Giuseppe Dossetti), ha mai osato tanto. Perfino quella DC aveva capito che lo stato, di cui è stata proprietaria assoluta dalla caduta del fascismo fino alla sua disgregazione, era consapevole di dover dar conto ad una massa di persone più vasta del suo elettorato. Ora, il già pidduista Berlusconi non è e non sarà mai così profondo conoscitore della storia d'Italia, anche perché a lui non gliene frega niente né della chiesa, né dello stato, e meno che mai di Eluana, a lui interessa solo lui stesso, per questo sa che deve dare corso alla trasformazione putiniana dello stato italiano. Ed è ad un passo da questa metà. L'unico ostacolo, al momento, sono coloro che, non ancora rincretiniti dalle sue sei reti televisive, conservano la memoria di qualche foglio di carta su cui sono stampati 139 articoli e 18 disposizioni transitorie: la costituzione.
II caso Englaro è arrivato come il cacio sui maccheroni, così come il "mundialito" degli anni 80 (insignificante torneo di calcio organizzato da “Canale 5”) fu l'arma che gli consentì, grazie ai buoni suggerimenti di Licio Gelli, di rivoltare le sentenze della magistratura e di aggirare la normativa sul divieto fatto a televisioni non pubbliche di trasmettere in diretta su tutto il territorio nazionale. Così, l'uso strumentale di un tema delicato come quello che è emerso in questi giorni, è diventato la chiave di volta per sovvertire lo stato. Perché non ritentare quest'altro colpo gobbo servendosi questa volta non dello sport nazionale ma della religione? In fin dei conti in Italia ci sono più cattolici che pallonari: e se il primo colpo gobbo gli era riuscito col pallone, a fortiori, ha pensato, riuscirà con la religione, potendo contare su un potente alleato: lo stato pontificio. Ma se da alcuni settori della chiesa si sono alzate voci di dissenso, non solo da preti di strada ma anche da alte gerarchie e da teologi di riconosciuta statura mondiale, Berlusconi è riuscito, invece, a trasformare il parlamento italiano in un bivacco di individui pronti a legiferare secondo i suoi personali tiramenti, potendo contare su un Veltroni inerme, delegittimato anche dal suo stesso gruppo dirigente, vittima della polpetta avvelenata, il voto utile, che ha distribuito a piene mani surante l’ultimo tour elettorale.
Quanto lunga sarà la notte al momento non è dato di saperlo, l'unica cosa che possiamo dire con certezza che è buio pesto.
Luigi Crespino
Segreteria provinciale SD
mercoledì 24 dicembre 2008
Auguri di buone feste!
Un regalo a tutti:
Ogni giorno lottiamo affinchè quello che queste parole ci comunicano diventino per noi la nostra stella polare
Mimmo Saponaro
(coordinatore provinciale Sinistra Democratica)
mercoledì 17 dicembre 2008
Io un partito ce l'ho
Nel teatro Ambra Jovinelli forse è passato sottogamba un episodio che è successo in platea sul finire della manifestazione.
Bruno, Sinistra Democratica della provincia di Lecce, 45 anni di militanza e lotta politica sulle spalle ad un certo punto si è spazientito. Bruno voleva andarsene da Roma con qualcosa in mano ed ha gridato verso i dirigenti mescolati in sala con i comuni compagni: “Tirate fuori gli attributi e fatelo questo cavolo di partito della sinistra”.
Vicino a Bruno c’era, l’ex segretario del PRC Franco Giordano che indisposto gli ha risposto: “Io un partito ce l’ho, sei tu che non ce l’hai”. A quel punto Bruno non ha visto più ed è andato giù duro con le espressioni colorite: Bruno gli ha detto che mentre qualcuno faceva il comunista in parlamento, lui lo ha fatto per strada prendendo botte e denunce.
Un pugno di ore prima a settecento chilometri di distanza, Gilberto, studente di scienze politiche all’Università del Salento, insieme ad altri colleghi dell’UDU voleva manifestare il suo dissenso verso la morte della scuola pubblica, durante l’inaugurazione dell’anno accademico a Lecce. Ma la polizia è intervenuta e ha strappato di mano lo striscione e tre studenti sono finiti in questura per essere identificati.
Mentre nel paese si fa strame delle più elementari libertà, qualcuno pensa di avere ancora un partito. È evidente che questo qualcuno non ha capito cosa è successo nell’aprile del 2008. È evidente che mentre nei circa cinquanta interventi della famosa “base” che si succedevano sul palco del teatro Ambra, che dicevano solo una cosa, qualcuno dei dirigenti dei partitini extraparlamentari pensava qualcosa d’altro.
Tutti gli interventi (tranne uno di una compagna che ha detto: “Attenzione col partito unico subito, perché la gatta frettolosa -frettolosa ha detto proprio frettolosa- fa i figli ciechi”, che perciò è stato l’unico intervento fischiato), alle primarie delle idee hanno chiesto alla “burokratia” di fare un passo indietro. Insomma di farsi da parte e dare spazio a quella classe dirigente che c’è a sinistra, che è giovane, soprattutto nelle idee, appunto, e che non ce la fa più a correre dietro a simboli; che la falce e il martello non serve se devono darsi randellate sugli attributi, o peggio ancora, ad evirarsi, come dice Bruno. Ma se questo era invece il pensiero di Giordano e dell’area vendoliana di rifondazione che ci siamo andati a fare a Roma? Perché qualche dirigente di qualche partitino della sinistra extraparlamentare non è salito sul palco per dire quello che ha detto Giordano, al compagno Bruno. Non c’era bisogno di tre minuti, ma sarebbero bastati tre secondi per chiarire la riserva mentale: “Compagni, noi un partito già lo abbiamo, venite dentro il nostro partito e facciamo fuori Ferrero”. Ma il nostro problema non è Ferrero. Ferrero è un problema per se stesso, non per noi, non per quei ragazzi dell’ateneo di Lecce ai quali è stato impedito di dissentire, di manifestare il loro pensiero, ai sensi dell’articolo 21 della costituzione che qualcuno vuole manomettere. Il nostro problema è se domani staccando la spina alla sinistra, che è in coma, non sappiamo quanto reversibile, vivremo in uno stato di diritto. Il problema di quei ragazzi è che non hanno un riferimento politico che possa portare non sull’isola dei famosi, ma in parlamento il loro dissenso.
Luigi Crespino
(segreteria provinciale SD Lecce)
domenica 14 dicembre 2008
Intervento di Mimmo Saponaro all'assemblea nazionale dell'Associazione per la Sinistra
Roma, 13 dicembre 2008.
Grazie ai compagni di Alliste per la realizzazione del video.
domenica 7 dicembre 2008
venerdì 21 novembre 2008
Un programma e un partito - Intervento di Luigi Crespino
“Non so se un partito, sicuramente un partire…” questa la suggestiva immagine che Nichi Vendola lasciò agli Stati Generali dell’8 dicembre 2007, alla Fiera di Roma parlando dell’Arcobaleno, morto prematuramente perché poco sviluppato negli organi vitali.Dopo la cocente sconfitta dell’aprile del 2008 a questo brutto anatroccolo non si offrì nemmeno la possibilità di un’incubatrice. Le quattro macchine che lo tenevano in vita furono immediatamente staccate, facendo a gara a chi la staccava prima. Anche in quella tragedia qualcosa di buono c’era: quattro forze, o de-bolezze, avevano aperto uno spiraglio di dialogo.
Ma immediatamente si ritornò al bieco settarismo, ai vecchi rancori, alla guerra fredda.
Ad appena sei mesi dall’insediamento del governo delle destre, l’Italia sta rotolando in un declivio culturale in cui il richiamo alla “mignottocrazia” rischia, nel paese dei dongiovanni, di falsare il problema.
Il ministro Brunetta socialista, nel senso di PSI, non pentito, nel suo richiamo alle preferenze politi-che dei fannulloni e al loro sindacato di riferimento (che volutamente dimentica, fra l’altro, che era il CAF a gestire, nella quasi totalità dei casi, USL, banche, scuole, comuni, province, regioni, ministeri, teatri, Federcalcio, CONI e via discorrendo) può dare l’impressione di esprimere pensieri frutto di un cervello sofferente. Ma così non è. Affermazioni del genere, per quanto i più potrebbero anche pensarle ma si guarderebbero bene dal dirle, contengono messaggi semplici che hanno, è vero, basi scientifiche nulle, ma hanno un forte credito nel senso comune. Vero è che, invece, l’ipertrofia del settore pubblico italiano ha alimentato e alimenta il consenso elettorale, allo stesso modo come quel segreto di Pulcinella delle pensioni fasulle o come la benzina agricola che finiva nelle BMW e non nelle motozappe.
Con il cadavere del partito repubblicano americano ancora in casa, il presidente del consiglio italiano dopo “abbronzatissima”, si è prodotto in un’altra performance durante la conferenza stampa dalla Turchia. In maniera molto rozza, con un lessico sconosciuto nel mondo diplomatico, ha detto che la Russia ha ragione ad arrabbiarsi perché è stata provocata dagli Stati Uniti. Ovviamente lui conta su un fatto che gli italiani non colleghino il fatto che, se di provocazioni si è trattato, queste sono state poste in essere da quello che lui ha sempre definito suo amico e di cui, comunque, è stato sempre il fido servitore. Lui quando parla si rivolge agli italiani e basta, perché a lui non interessa un fico secco dei rapporti internazionali, a lui interessano le leggi ad personam, le sue aziende, per questo lui dice le cose che l’italiano capisce e su quelle cose fonda il suo consenso.
Allora, che fare ?
Un partito o un partire? Davvero l’alternativa non può essere proprio questa, almeno oggi non più, perché il tempo è scaduto. La domanda che mi pongo e che pongo è questa: la sinistra, oppure le sinistre italiane, al di là di come dovrà chiamarsi (comunista o socialista) la casa nella quale ognuna di queste vuole giungere, hanno un tratto di strada che possono percorrere insieme? … e quanto è lunga questa strada? Credo che il tratto di strada che le sinistre potrebbe percorrere insieme prima di giungere ognuno nella sua terra promessa sia, purtroppo, molto lunga. A volte sembra un gioco dell’oca e oggi, in effetti, abbiamo pagato pegno perchè siamo tornati molto, ma molto indietro nella storia.
Sicuramente si potrebbe partire dalla questione morale, per ritrovarsi in quel percorso comune che vede nella costituzione repubblicana, nei suoi valori fondamentali, nella difesa della tripartizione dei po-teri dello stato, soprattutto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura il comun denominatore sul quale cominciare a declinare un programma vero che porti ad un partito vero.
Non credo, infatti, che oggi un partito della sinistra non abbia nulla da dire sulla scuola pubblica, sulla laicità dello stato, sul lavoro come diritto di ogni cittadino e sulle libertà sindacali, sulla sicurezza sui posti di lavoro, sul diritto alla salute, sul sistema dell’informazione, su un sistema elettorale che restituisca la libertà di scelta al cittadino. Se l’economia poteva essere fino a qualche tempo fa un alibi formidabile per tenere le strade delle sinistre separate, il libero mercato, credo che sia ormai chiaro a tutti, è un sistema teorico, che esiste come termine di paragone sui manuali di economia e che nella pratica si è tradotto in libero e indiscriminato arbitrio di consumo di risorse naturali, libero e indiscriminato sfruttamento dell’uomo; che una regolamentazione del mercato finanziario sia necessaria, considerato anche il fatto che gli interventi di salvataggio posti in essere, per cercare di salvare capra e cavoli insieme al caviale dei banchieri, da insospettabili feudi del liberismo più sfrenato è comunque incommensurabilmente più costosa. Oggi, in economia, stiamo vedendo quello che per moda, per qualunquismo, per opportunismo, e soprattutto per ignoranza e molta malafede, molti non hanno voluto vedere: la libertà concessa a pochi di giocare al casinò del mercato finanziario globale, comporta effetti sull’economia reale insostenibili che intaccano lo sviluppo stesso. I danni che producono pochi spregiudicati giocatori sono assolutamente non paragonabili ai danni prodotti da tutti “fannulloni” della P.A. o a tutte le ore di sciopero proclamate dai sindacati comunisti etc, etc, etc…
Crediamo che le sinistre riunite in un partito di cose da fare ne avrebbero tante, prima di farsi i di-spetti con nomi e simboli. Senza immaginarsi i cosacchi a San Pietro, costruire un partito della sinistra che abbia chiaro il luogo in cui collocarsi senza “ma anche” di sorta, sia urgente non già o non solo che perché “la sinistra” è quanto di più moderno esista nell’elaborazione del pensiero politico, ma perché è una necessità per un paese che vuole crescere economicamente e svilupparsi culturalmente, che voglia fare un passo in avanti sulla conquista dei diritti civili. Ma a livello di dirigenti ho la spiacevole sensazione che qualcuno giochi non in attacco, ma in difesa e sia restio a dire che noi di sinistra che, a viso aperto, combattiamo mafia e camorra, abbiamo anche un modello serio per garantire la sicurezza, un modello serio per uscire dalla crisi economica che sta strozzando l’Italia e non dà oggi, ma anche quando le vacche erano grasse, perché l’economia italiana è un prato che non è mai fiorito. Forse è bene ricordare che il mondo, prima che si sviluppasse il pensiero di sinistra, era composto da semplici società tribali e feudali. La sinistra quando vuole gestire l’esistente diventa un ferro vecchio, sorpas-sata, superata e non è più sinistra: la sinistra nella storia è sempre stata progresso. Serve un partito che presenti una soluzione per i problemi dei lavoratori, delle madri, dei padri, degli studenti di oggi e non una aggregazione che discuta di come si chiamerà la società di domani.
Luigi Crespino
(segreteria prov. SD, segretario SD Alliste)
Intervento di Giovanni Carità su Il Paese Nuovo
In un mio articolo pubblicato poche settimane or sono proponevo alcune riflessioni abbastanza circostanziate sullo stato di salute del centro-sinistra nazionale, rievocando come soluzione naturale e necessaria per uscire dalla crisi politica ed elettorale l’immediato ritorno alla stagione ulivista, intesa non tanto come coalizione bensì come progetto politico finalizzato alla vittoria prima e al buon governo poi. La visione corta che ha portato a credere nel bipolarismo fatto in casa ha dimostrato nei fatti come occorra costruire e supportare politicamente coalizioni più o meno salde, per poter competere in tempi rapidi alla pari con Berlusconi.Per certi versi le ultime vicissitudini e l’atteggiamento arrogante del governo di centrodestra sembrano stiano indirizzando il maggior partito del centro-sinistra ad abbandonare la teoria fallimentare dell’autosufficienza, sempre più irraggiungibile, per intraprendere un nuovo dialogo con le altre forze che si contrappongono alla coalizione berlusconiana. A sinistra finalmente le posizioni tra le varie anime assumono connotati chiari e si spera definitivi, che vedranno (o già vedono) la nascita di un partito di sinistra aperto alla società civile, dialogante con il PD e assolutamente non intenzionato a farsi risucchiare nell’ autolesionismo massimalista di ultima revisione. Il Presidente Vendola, tra i vari temporeggiamenti, sembra sia sulla rotta giusta, sospinto anche dal vento che viene dal popolo della sinistra che chiede a gran voce unità e non divisioni, politica e non calcolo elettoralistico, dirigenti seri e non sbandieratori da piazza. Unità della sinistra: il tempo è adesso. Il progetto di costruzione, in Italia, di un nuovo soggetto politico che dia a questo paese una sinistra capace di misurarsi con le sfide odierne, di guardare al futuro, comincia a prendere forma e sostanza proprio con la chiamata a raccolta lanciata giorni addietro da Vendola, Fava, Mussi, Bandoli, Moni Ovadia, Berlinguer e tantissimi che si aggiungono di ora in ora nella sottoscrizione di un documento unitario “Per la Sinistra”.
In questo quadro generale si “muovono” anche le forze politiche del centro-sinistra provinciale che assorbito e superato lo choc da abbandono, in conseguenza del diniego a candidarsi del presidente Pellegrino, cercano nuove strategie per garantire la vittoria del centrosinistra nella primavera del 2009. Liberi dall’ansia da “mantenimento di poltrona” i big locali cercano di capire quale sia la strada da intraprendere per restare a galla qualunque risultato venga fuori dalle urne, dimostrando per l’ennesima volta di non aver capito che il tempo passa per tutti e soprattutto che l’elettorato del centrosinistra desidera volti nuovi e di dimostrate capacità morali e politiche.
Sembrano delinearsi all’orizzonte le primarie di coalizione, con la partecipazione aperta a tutti i partiti del centrosinistra, e con la speranza che questa consultazione sia dello stesso livello di quella che portò Vendola a guidare la Regione Puglia. Se si faranno saranno certamente primarie vive e partecipate, ma altrettanto certamente saranno ancora una volta la dimostrazione dell’incapacità di scegliere dell’attuale classe dirigente.
Personalmente non ho mai condiviso le primarie come strumento politico e ancora oggi le reputo la valvola di sfogo delle correnti interne ai vari partiti che incapaci di trovare soluzioni condivise si rassegnano alla lotteria del voto, anche quando questo non è richiesto. Le primarie sono conseguenza dell’incapacità, della miopia, dell’irresponsabilità di chi al pensiero dovrebbe far seguire senza interposizioni l’azione. La politica intesa come strumento e non come fine non deve farsi condizionare dalle circostanze bensì anticipare gli eventi e determinarne il corso. Le primarie invece hanno l’effetto contrario, condannano la politica sotto il giogo del contingente e la riducono alla gestione della quotidianità.
Se primarie saranno bisognerà comunque pur esserci, ma con le idee chiare, per sostenere la migliore delle candidature affinché dove non riesce a giungere la politica ci giunga il buonsenso dei militanti. Pertanto occorre da subito dichiarare il proprio punto di vista, la propria visione politica e anche il miglior candidato possibile. A parer mio chi intende l’incarico politico come un momento di impegno per la propria terra, supportato da onestà e spirito di sacrificio, non dovrebbe avere tentennamenti nell’individuare nella persona di Sergio Blasi la migliore delle candidature possibili. Non sono certo io a dover dimostrare quanto di buono fatto da Blasi come amministratore e soprattutto del come abbia operato, del suo essere in qualsiasi espressione politica e culturale la parte migliore di un’idea più ampia di Salento e di salentinità.
Chi oggi non è in grado di decidere o meglio non ha il coraggio di scegliere sappia che non troverà nell’intera provincia di Lecce alcun elettore di centro-sinistra scontento se, superando almeno per una volta le beghe partitiche, si dovesse arrivare alla candidatura di Sergio Blasi come presidente della provincia.
Giovanni Carità
(segreteria provinciale SD)
lunedì 3 dicembre 2007
Quello che la Sinistra è oggi non basta più per la vittoria
"So bene che quando si è in ritirata è difficile suscitare entusiasmi. Ma c'è modo e modo di affrontare una ritirata. Lo si può fare riunendo le forze e chiamando in soccorso alleati e amici. Forse verranno, forse non verranno, ma vale la pena di andare in quella direzione perché si calcola che la probabilità di incrociarli sarà maggiore. Oppure lo si può fare limitandosi a raggruppare le proprie forze, già provate, sperando nella fortuna, che difficilmente verrà.Peggio di tutto è se le truppe, sia quelle rimaste, sia quelle ancora lontane, forse amiche, vedono generali rissosi che danno ordini contradditori, e colonnelli verbosi che manco sanno dove si trovano e, addirittura, alcuni tra di loro, sono convinti di essere all'offensiva.
Ecco, questo ritrattino "bellico" mi pare raffiguri abbastanza bene il modo in cui ci si appresta agli "stati generali" della "cosa rossa".
Sembra si stia facendo di tutto per trasformarla in un disastro e mi chiedo se sia ancora possibile correggerla. Una mediazione faticosa tra vertici di partito che ancora pensano - e si sbagliano - di avere doveri (e soprattutto possibilità) di avanguardia da svolgere, convoca un incontro che rischia di essere tutto interno alle loro fila. La stessa composizione dei panel di discussione, non parliamo della sfilata dei "segretari", è un elenco burocratico di temi senza un filo conduttore. Si dovrebbe presentare al paese una visione alta, di alternativa di sistema, e invece appare una lista della spesa, dalla quale è perfino difficile enucleare le grandi questioni mondiali che ci troviamo di fronte.
Sbalorditivo che, mentre è sotto gli occhi di tutti il disastro immane del sistema della comunicazione e dell'informazione (un disastro che è il nostro e non dell'avversario; un disastro dove la nostra egemonia culturale è stata liquidata in questi ultimi vent'anni, e sostituita dalla loro) non c'è un luogo previsto dove si possa discutere il "che fare" della sinistra. Per esempio una televisione libera come strumento di battaglia.
Scrivo con il condizionale, perché in realtà, a meno di una settimana dall'evento ancora non si sa nemmeno come è stato costituito, come si svolgerà."
Continua...Fonte: Liberazione
mercoledì 28 novembre 2007
La fiducia per impedire che entri in vigore la riforma Maroni. Ma un problema nella maggiornaza esiste
Pubblichiamo la dichiarazione di voto di Titti di Salvo, capogruppo Sd alla Camera dei Deputati, in occasione del voto di fiducia sul protocollo welfare.Signor Presidente, la ringrazio per l'opportunità rara che viene concessa a Sinistra Democratica di far conoscere la propria opinione al Paese, visto che siamo cancellati sistematicamente da tutti i telegiornali con un‘accuratezza, da questo punto di vista, che non può essere casuale, così come ufficialmente ha riconosciuto l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, non più di una decina di giorni fa.
Vengo al punto. Sinistra Democratica esprimerà il proprio voto favorevole alla richiesta di fiducia. Lo faremo senza concedere sconti e, dunque, senza chiudere gli occhi di fronte a ciò che rappresenta la richiesta del Governo di porre la fiducia su un testo diverso da quello che è stato votato dalla Commissione parlamentare. Su tale testo Sinistra Democratica ha espresso subito le proprie valutazioni, mettendo in luce i miglioramenti, ma non nascondendo i peggioramenti che erano stati fatti. Il ripristino del lavoro a chiamata, parziale certo, ma in quei settori in cui il lavoro a chiamata si usa, con il paradosso per cui, mentre si ritorna indietro non rispetto a tutti i miglioramenti, ma sicuramente rispetto a quelli più significativi, tuttavia si conservano i peggioramenti. È un paradosso che francamente non si spiega, se non alla luce di poteri, pesi e metri di misura diversi all'interno della stessa maggioranza.
Il Governo aveva di fronte due strade dopo l'accordo con le forze sociali ed il voto che più di cinque milioni di persone, donne e uomini, lavoratori e pensionati, hanno espresso su tale Accordo. Aveva due strade di fronte: indicare quel testo come l'equilibrio non modificabile o consegnarlo al Parlamento attraverso il disegno di legge. Ha scelto la seconda strada. Giusto, bene, siamo d'accordo! Ma proprio per tale motivo la scelta di porre la questione di fiducia in ordine ad un testo diverso apre un evidente problema nel rapporto tra il Governo e il Parlamento.
Siccome di ciò si tratta, è francamente artificiosa ed anche, per così dire, insopportabile (vorrei dire priva di senso) una rappresentazione del conflitto tra parti sociali e Parlamento, come se fosse possibile in democrazia contrapporre la concertazione - che è una delle forme della democrazia partecipata, in Europa sanzionata e prevista anche nei trattati - al Parlamento.
Mi fa specie, lo dico veramente, che a richiamare il rispetto degli accordi e della concertazione sia Confindustria, che molto ha ricevuto da questo Governo, sia nella legge finanziaria precedente, sia in quella attuale (mi pare che si stia andando in tale direzione). Mi fa specie che sia Confindustria a richiamare o a sanzionare, in caso contrario, la morte della concentrazione, una Confindustria che, a fasi alterne, ha apprezzato la concertazione o l’ha rifiutata a seconda del momento.
Si è aperto, dunque, un problema serio, al netto delle dinamiche che si sono sviluppate nella maggioranza che - anch’esse - devono essere affrontate a viso aperto, nominandole: esse si chiamano Senato e ricevibilità di poteri di veto e di inibizione anche, per l'appunto, del Parlamento.
Nonostante ciò, voteremo a favore della fiducia con una motivazione precisa: vogliamo impedire che entri in vigore il 1° gennaio 2008 la punizione che Maroni aveva inflitto agli italiani, condannandoli ad andare in pensione con tre anni di ritardo.
Vogliamo affermarlo a viso aperto. Riteniamo, infatti, che i contenuti del disegno di legge in esame costituiscano un passo in avanti, così come hanno riconosciuto quei cinque milioni e più di persone che sono andate a votare in gran parte a favore di quell'accordo. Ma che vuol dire passo in avanti, per non nascondersi dietro le parole?
Continua...giovedì 12 luglio 2007
Alba Sasso interviene contro le affermazioni dell'on. Fini sugli insegnanti

10 Lug 2007. Intervento sull'ordine dei lavori:
ALBA SASSO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALBA SASSO. Signor Presidente, vorrei fare riferimento ad un'affermazione che sarebbe stata resa, nella giornata di ieri, in un'occasione pubblica, da parte dell'onorevole Fini. Quest'ultimo ha affermato, parlando degli insegnanti della scuola pubblica italiana, che affidiamo i nostri figli ad una massa di frustrati. Ho verificato sul vocabolario il significato del termine frustrato. Frustrato significa deluso, sfiduciato perché si vedono vanificati i propri sforzi nello svolgere un lavoro. Ritengo che l'onorevole Fini si sentirebbe frustrato se dovesse svolgere il lavoro degli insegnanti per uno stipendio di circa 1.300 euro al mese, se dovesse affrontare l'impegno difficile e complesso di aiutare a crescere e far maturare milioni di ragazzi, in una scuola in cui, ai mali storici di sempre, si sono aggiunti i danni paurosi compiuti dal Governo quando l'onorevole Fini era Vicepresidente del Consiglio. Mi domando come si possa non essere delusi e preoccupati - se non fossi in quest'aula userei anche un altro termine - se ogni giorno si deve sopperire a mille emergenze e, spesso, lottare per la propria integrità fisica. CONTINUA...
mercoledì 18 aprile 2007
INTERVENTO DEL COMPAGNO GIOVANNI CARITA'
A Sinistra di Ponzio Pilato. Dal Prodi dimezzato al Partito (a)Democratico.
In questo mese di congressi mi torna spesso alla mente un articolo di Erri De Luca, pubblicato sul bimestrale Micromega, intitolato “Cos’è Sinistra”. L’articolo fu scritto nei mesi del primo governo D’Alema (21.10.1998 - 22.12.1999), quello che sostituì Prodi e che governò “senza vaglio elettorale” per 14 mesi la nostra Italia. Articolo in forma di questionario ironico-critico, nel quale il noto scrittore rimproverava all’allora Presidente del Consiglio la incapacità di governare secondo i propri principi e ideali di appartenenza, in particolare dopo aver partecipato come governo al bombardamento di Belgrado.
A distanza di sette anni, come fosse un dejavu, sembra di rivivere le stesse sensazioni con l’aggravante dei congressi di partito in corso. Perché dico con l’aggravante? Per il semplice motivo che vuole per l’ennesima volta la politica italiana condannata a vita al trasformismo incalzante, ossia alla incapacità oramai cronica di riuscire a governare mantenendo fede al proprio mandato elettorale. CONTINUA